time goes by so slowly > // 2023 // performance // eva foam costume, print on pvc, audio speaker, scene objects // D3C4M3R0N3 – curated by Maurizio Coccia e Mara Predicatori // Palazzo Lucarini // Trevi (PG) // Umbria
Tramite la sintetizzazione dei contenuti, l’uomo contemporaneo riesce a disegnare la propria identità in modo sempre più predefinito e preciso, la categorizzazione di questi contenuti crea una griglia che contiene ogni personalizzazione del reale. La bestialità diventa una black canvas, un feticcio su cui riversare i propri desideri ed insicurezze, riuscendo a fuggire dalla costrizione del tempo e del contesto. La proposta consiste in una performance in 3 atti, che si susseguiranno per la durata dell’evento. Il porfermer sarà la rappresentazione di un licantropo, tramite un esoscheletro/travestimento che sintetizza la figura mitica del
werewolf con riferimenti al cosplay ed alla moda contemporanea. Il licantropo, figura leggendaria e mitologica divenuta tipica nel cinema e nella letteratura dell’orrore, diventa il pretesto per descrivere il feticcio dell’autorappresentazione, maschera che cela l’identità ma allo stesso tempo la descrive in maniera dettagliata. Nello spazio espositivo, distanti fra loro, tre set comporranno le ambientazioni di attivazione della performance. L’uomo-lupo camminerà all’interno dello spazio girando tra il pubblico, fino alla partenza di un brano musicale all’interno del primo set, dove si dirigerà iniziando a ballare in maniera provocante ed esplicita, imitando i ballerini da discoteca o go-go boys ed interagendo con il set ed i suoi elementi. La danza si ripeterà con 3 brani differenti, nelle tre diverse location. L’audio si compone di canzoni pop rallentate e con l’aggiunta di riverbero (slowed and reverb), trovate direttamente su youtube ed appartenenti ad un trend web-based che esalta la percezione del tempo di brani che ci sono familiari. Durante il rallentamento, la voce femminile delle cantanti si abbassa, sembrando a tratti maschile, mostruosa. L’assenza di identità del soggetto esalta le modalità di fruizione del pubblico, che si troverà forzato a “subire” le avance della creatura. La simulazione, sottolinea la presenza del pubblico ad osservare la scena, privandola del proprio naturale andamento. Il “voyeur” si manifesta senza veli, ed al contrario il soggetto si cela dietro un costume. La superficie disegnata si pone con l’osservatore come distanziatore o magnete, infondendo un’attrazione ambigua per l’immagine composita che si trova forzato a spiare. Il licantropo diventa una blank-canvas su cui riversare la propria descrizione ideale di sé. Una maschera che però racconta meglio della propria identità l’idea che abbiamo di noi stessi e che vogliamo condividere, un avatar potenzialmente universale. Un paradosso tra l’estetica definita della creatura e la sua decontestualizzazione. I set disabitati rimarranno come residuo della performance per i restanti giorni della mostra, così come gli elementi che compongono il costume, come i resti di un party ormai terminato.
Through the synthesis of content, contemporary individuals increasingly craft their identities in a predefined, precise manner. The categorization of these contents creates a grid containing every possible personalization of reality. Bestiality itself becomes a blank canvas, a fetish onto which desires and insecurities are projected, enabling escape from the constraints of time and context. The proposed piece unfolds as a three-act performance over the duration of the event. The performer embodies a werewolf figure, using an exoskeleton or costume that synthesizes the mythical werewolf with elements of cosplay and contemporary fashion. The werewolf—an iconic figure in horror cinema and literature—serves here as a pretext to explore the fetish of self-representation, a mask that conceals identity while simultaneously describing it in meticulous detail. In the exhibition space, three distinct sets will serve as the activation sites for each stage of the performance. The wolf-man will walk through the space, mingling with the audience until a musical track begins in the first set, drawing him there to start a provocative, explicit dance—mimicking nightclub dancers or go-go boys and engaging with the set and its elements. This dance will repeat across three distinct
songs in three different settings. The audio is composed of slowed and reverb-enhanced pop songs, sourced directly from YouTube, drawing on a web-based trend that alters the perception of familiar music. Under this slowed tempo, the singers’ female voices deepen, becoming almost masculine, monstrous. The performer’s concealed identity amplifies the audience’s experience, placing them in a position to “endure” the creature’s advances. This simulation highlights the audience’s presence as observers, stripping the scene of its natural rhythm. Here, the “voyeur” is fully exposed, while the subject remains hidden behind the costume. The crafted surface becomes both a barrier and a magnet for the observer, creating an ambiguous attraction toward the composite image that one is compelled to spy upon. The werewolf thus becomes a blank canvas onto which one’s ideal self-image is projected—a mask that, paradoxically, conveys a clearer image of our own self-perception and what we wish to share, an avatar with universal potential. This paradox between the creature’s defined aesthetics and its decontextualized existence stands








